Artista: ETTORE FRANI
Titolo mostra: Ierofanica 2008
Testo in galleria: Denis Brandani
Inaugurazione: 10 gennaio 2008 ore 18,30
Durata mostra: fino al 10 febbraio 2008 da martedì a sabato dalle 16 alle 20
Luogo: Maniero Associazione Culturale Via dell’Arancio 79 - 00186 Roma - tel./fax 06 68807116
La Galleria Maniero presenta ‘Ierofanica 2008’, una serie delle più recenti opere pittoriche di Ettore Frani ispirate al tema del sacro, inteso come l’apparire di una manifestazione altra e personale dello stesso, in un preciso momento temporale.
Le opere, realizzate ad olio su mdf e allestite nei due ambienti della galleria, compongono un percorso che si dipana in assoluta essenzialità tra luce e oscurità, dove il bagliore luminoso emerge per sottrazione del nero ad olio. Le “Radure”, i “Sentieri” e i “Cherubim” di Frani conducono ai margini di un meta-mondo dove l’assenza diviene presenza e viceversa. Di fronte a queste opere, lo spettatore è avvolto ma non incluso, contempla e si lascia osservare in un’attesa dilatata tra realtà e finzione. Le luci artificiali da teatro di posa e gli ambienti che richiamano l’artificio del palcoscenico, rappresentate nei dipinti, esortano all’ascolto e al silenzio. Questa condizione è suggerita dalle due figure, gli “Ostaggi” posti ai lati del varco che conduce al secondo ambiente, che come spettatori spettrali dialogano muti con l’opera centrale della sala interna ora divenuta per l’occasione una Sancta Sanctorum.
Il tema della morte/rinascita, elemento qui appena evocato, si manifesta nelle opere dei frutti malati e nel “Pane funesto”. Questi sono i soggetti che incontrano il sacro nel suo aspetto più profondo, dichiarato dalla stessa polisemia del termine Sacer: “ tanto santo e puro “ quanto “ empio e impuro “.
La pittura di Frani riposa ne “l’ambito del celare che svela”, in un velare per ri-velare, così come accade in “Velum” ed in tutte le altre opere dove la polvere, dipinta e depositata, contamina la superficie.
Più che enunciare precipitosamente, dunque, l’artista sembra voler suggerire ed evocare. E’ pittura che diviene avvento, ierofania.
A conclusione di questo percorso nulla è risolto. Frani ci riconduce nella precedente condizione di attesa che lascia in solitudine l’animo di chi guarda, irrimediabilmente sospeso di fronte a se stesso.
A suggellare questa epifania concorrono gli ambienti sonori curati per l’occasione da Obsolescenza Programmata.
Paola Feraiorni
Ettore Frani è nato a Termoli nel 1978. Vive e lavora a Roma. MOSTRE PRINCIPALI: 2008: Ierofanica 2008, Galleria Maniero, Roma- 2007: Fluidità Concreta, GiaMaArt Studio, Pannarano (BN); La caduta nel tempo, ModoInfoshop, Bologna; La bellezza del mondo, GiaMaArt Studio, Vitulano (BN); A Certain Form of Heaven/Male, Artsinergy, Bologna; Ten, Galleria Studio2, Faenza (RA)- 2006: 51° Premio Termoli, Galleria Civica, Termoli (CB); Re/Generation, Galleria Civica, Termoli (CB); Premio Italian Factory, Casa del pane, Milano; Arte Aliena, Galleria Paggeria, Sassuolo (MO)- 2005: Artefiera Kunstmesse, Bolzano, Galleria Studio2 Artecontemporanea; Is Art, Maci, Isernia- 2004: Frammenti d’amor, Neo art gallery, Roma; Genius loci- Arte Contemporanea in Molise in Sensi contemporanei, Galleria Civica, Termoli (CB)- 2003: Cosmos 11th - Biennial of young artists of Europe and the Mediterranean, Atene- 2002: Gemine Muse, Rassegna Nazionale, Museo Provinciale Sannitico, Campobasso; Transiti, Palazzo Albani, Urbino- 2001: Menotrenta, selezione di giovani artisti, Spazio Hajech, Milano- 2000: Artisti per il Giubileo, Arte Sacra Contemporanea, Chiesa di Sant’Anna, Termoli (CB)- 1999: Molise contemporaneo-Ultime tendenze, Museo Civico, Larino (CB).
Obsolescenza Programmata nasce nel 1995 a Montefalcone nel Sannio (CB) nel tentativo di fondere insieme le arti figurative (pittura, video-art) e quelle propriamente musicali-sonore, attraverso l’elaborazione di un proprio suono e l’analisi dei rapporti fra sonorità e spazi visivo-abitativi. O.P. si muove entro le coordinate dell’avanguardia distruzionista come ultima propaggine dell’espressionismo europeo nutrendosi dello spirito punk come dissoluzione di regole e generi costituiti, affrontando il tema della humanitas in campo artistico-esistenziale e dell’individuale post-moderno vieppiù radicato in tribalismi primitivi e rudimentali. http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendID=200301034


January 15th, 2008 at 5:39 pm
RECENSIONE di IEROFANICA 2008
Egli penetrò nei Misteri di ogni santuario e nulla rimase a lui celato. Pure coperse con un velo tutto quanto aveva veduto.
Iscrizione sulla tomba di Ptah-Mer, Sommo Sacerdote di Menfi
La bellezza della fine ha ingoiato finalmente il mondo.
Kharim Chaloub
Ettore Frani vede l’invisibile nel visibile, come succede ad un veggente. Ne distilla le forme, come succede ad un artista veggente. Ma poi le ricopre con il velo del mistero, come solo uno ierofante può e deve fare. Mai occhio profano sollevi quel velo senza perdere la vista. Non si mette in scena il sacro denudato senza rischiare la propria vita e quella degli altri. Occorre dosare l’illuminazione dei neofiti attraverso stadi graduali. Nei Misteri di Eleusi, solo il sacerdote abita la camera segreta del tempio. Rimasto solo nell’anaktoron, affronta la voce del dio e ne registra le sembianze. I mystai, gli iniziandi, attendono fuori la deiknymena, l’esibizione dei sacri manufatti. La visione degli involucri del mistero e la recitazione delle formule rituali li conduce da uno stato di angoscia ad uno di estasi. I Misteri rispondono all’aspettativa soteriologica dell’uomo di salvezza dopo la morte.
L’altare di questo mistagogo della luce è lo specchio della cenere dei secoli. Accecante è la sua opsis, insostenibile la sua percezione. Per questo la cecità del buio è il suo messaggio di salvezza. Hildegard Von Bingen, la santa mistica renana, ha soffiato la visione del Liber Scivias dentro la sua opera. Le creature franiane sono animate dai venti rapsodici che spirano dagli universi esterni del fuoco chiaro e del fuoco oscuro. Così dalle mani dell’artista promana il perduto mana della polvere eterna.
Ma Ettore Frani non è pittore. Non è artista visivo nel senso tragicamente iconoclasta sostenuto da certa critica d’arte contemporanea. Non tragga in inganno la copertura karmica di questo giovane officiante della cura animarum. Ettore Frani è il risultato di uno straordinario processo genetico–metafisico. È il fotone che l’irradiazione quantistica ha “soffiato” dall’altrove sulla sponda del qui ed ora. Se da qualche parte, oltre il tempo e lo spazio, in quella piega interstiziale del pluriverso in cui le categorie di eterno e infinito coincidono, splende la luce dell’oltreuomo, allora questa luce ha irraggiato un “seme” al di là dell’attraversamento. E questo quantum increato è investito di una missione. Rieducare l’umanità iconoclasta alla funzione ierofanica dell’immagine. Insegnare l’iconurgia ai mangiatori catodici.
L’opera di Ettore Frani diventa allora inevitabilmente liturgia dell’avvento. Ma il sacro avviene, si fa presenza di carne e sangue, solo nello spazio impercepito dell’assenza. L’albero della conoscenza affonda le proprie radici nell’inimmaginabile momento di vuoto che corre tra l’ultima immagine nata e l’immagine che ancora deve nascere. Il simbolo dell’assoluto cresce rigoglioso nell’attesa della morte che non arriva mai e quando arriva il simbolo è già rinato.
Sorge così dal cuore nero del mondo una cosmogonia aurorale di essenze e di aure catturate dall’artista nel centro della pupilla. Una implasmabile galassia di incandescenze dell’essere e di creature elementali che abitano la Gerusalemme Celeste, al centro dell’universo. Una incredibile epifania del calor bianco imprigionata nel dagherrotipo della imago mundi.
L’ekphrasis di Ettore Frani rappresenta il perfetto artificio retorico che restituisce all’immagine il suo logos, la sua essenza letteraria e aniconica. L’immagine si fa integumentum dell’invisibile. Attraverso il fluire carsico dell’esperienza del sacro, lo sguardo mistagogico dell’artista restituisce all’immagine l’impronta perpetua del Nous, dell’intelletto cosmico.
Dalle teche e dagli altari, dalle predelle e dai polittici di questo teatro dell’assoluto trabocca la bellezza, quale pura generosità dell’Essere e fondamentale esperienza di senso. Ed è proprio questa bellezza velata, quale esperienza speculare di una verità che mai può essere esaurita, ad attrarre lo spettatore franiano verso l’altrove. Chi assiste alla ierofania è chiamato a vedere l’invisibile e a figurare la soglia dell’Essere.
Perché la sola possibilità di salvezza dell’uomo surmoderno è scoprire questa oasi nelle plaghe dell’arte contemporanea istituzionalmente sacrilega. Accoglierla come taumaturgia. Partecipare all’inconcepita ierofania dell’avvento terminale del sacro. Una ierofania rigorosamente paradossale, che rivela e cela allo stesso tempo il mistero, come aveva intuito Mircea Eliade. Così come deve essere per salvare l’uomo dalla trappola iconoclasta della società dell’immagine. La sacra liturgia di questa arte visiva feconda lo spettatore con il seme rituale della rivelazione e del rimosso, affinché possa percepire il sublime e tradurlo in regola di vita.
Questa religione della polvere eterna compie il miracolo. L’oggetto visivo, per sua natura finito, l’eidolon, torna ad essere eikon, oggetto infinito, trasposizione dell’essenza, incarnazione di un significato originario e simbolicamente rilevante. E lo fa con un valore aggiunto di fascinazione. Le apparizioni franiane emanano un ineffabile profumo di effusione avventista, un tenero dono terrifico, una turbinante aura di sacralità. Chi guarda è catturato da un effetto di struggente siderazione che lo restituisce alla dimensione simbolica dell’eterno.
Nel firmamento franiano tutto è in ascesa vertiginosa o in sospensione alata. Ogni ombra è una macchina del desiderio. Ogni grano di polvere è un abito dell’impronunciabile. Le essenze respirano e vibrano in una armoniosa agiografia di fertilità cosmica.
La superficie del quadro è la pelle del mondo sulla quale si graffita l’invisibile. Sulla quale si inscrive il rituale del mito. È lo specchio di Bohr dell’impalpabile. La tela è la stessa parete venosa dell’officiante. Il colore è il suo stesso sangue in fuga dalla voce del dio. L’opera consegnata al tempo è il silicio vivente di una sacra conversazione.
Ma le creature di Nebula e di Sacrificio incorporano e proteggono il passaggio verso il cielo. Ogni segno di colore, ogni baluginio del velo di Maya, è un drappeggio che cela la fenditura nella roccia, il varco nella montagna, la soglia dell’altrove.
Tutta l’opera franiana è in realtà una radiosa viriditas della trance misterica. Nasconde la prima, atavica cratofania. L’irruzione della potenza del “passaggio”. Guardare l’opera franiana è già penetrare il varco, è già (em)pio officio di riconquista dell’anima universale.
Come la Ka’aba della città santa di Mecca, l’opera di Ettore Frani è insieme cratofania, ierofania e teofania. L’impronta della potenza del dio e la sua fuga sono impressi nella pietra nera della sua arte. Una pietra incorporata nel muro del santuario dell’umanità. Una pietra vivente che custodisce il mistero dell’incarnazione.
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